La poesia ai tempi di Facebook

Intervista a Fabio Di Rosa: poeta, insegnante, profondo ricercatore e interprete dell’umano sentire. Due raccolte di poesie pubblicate, Scarto nel 2013 e Poetesso, l’anno successivo. La poesia di Fabio Di Rosa sembra scolpita in una cava d’inchiostro da dove si erge fiera, puntigliosa e insostenibile, potente della stessa verità scarna che ci appartiene. Tutti.

Fabio è maschile, femminile, singolare, plurale e duale. E’ l’aggettivo, il verbo, il soggetto e il complemento di una grammatica d’amore che tutti ci declina e tutti, quando schiavi e quando padroni, ci denuda a morte e a nuova vita. In una Samsara senza fine. Di passione, desiderio, dolore, tenerezza, pace. Fabio Di Rosa è il poeta, potente del magico toccare in tutto questo infinito. E del farne bellezza.

A cosa stai pensando? Ai sabato sera solo a casa, non più miei, non ancora di qualcuno. Terra di nessuno“.

Cos’è la poesia?

Ho un grande rispetto per la poesia. Mi ricordo quando ho letto le prime poesie di Pascoli o di Saba. Ho troppo pudore per descrivere i miei scritti come poesie. La poesia per me deve suscitare sovvertimento e spaesamento. Mi capita di leggere cose che mi dicono una verità ma nel contempo mi confondono e disorientano. E’ quello che chiamo poesia ma non so se ciò che scrivo io lo è perché ciò che scrivo lo sento come vero senza sentire disorientamento. E’ spesso attraverso l’interpretazione degli altri che conosco parti di me che non conoscevo.

Quando ti sei reso conto che scrivere era importante?

Molto presto. Ero un adolescente e tenevo un diario in cui annotavo i miei stati di tristezza, malinconia e solitudine.

Come ti sembrano quelle pagine a distanza di anni?

Alcune cose mi sembrano sorprendenti ed altre stereotipate, adolescenziali. Quello che mi sorprende era il legame che avevo con quella possibilità. Scrivere era qualcosa cui ricorrevo per far succedere qualcosa di buono in me. Come un amico con cui confidarsi. Era diventato necessario.

Dopo l’università feci un corso di scrittura. Da lì a far diventare la scrittura qualcosa cui dedicarmi è passato molto tempo.

Cosa scrivevi all’inizio?

Ho provato a scrivere soggetti, racconti e sceneggiature sia da solo che in coppia e in gruppo ma non sono mai arrivato a concludere nessuno di quei progetti.

Che cosa mancava secondo te?

Mi sembra che mancasse la convinzione di produrre cose buone. Il motivo per cui smettevo è sempre stato legato alla volontà degli altri. Una serie di casi hanno fatto arrestare i miei progetti creativi. Non so bene perché. Ho trovato sempre degli alibi perché pensavo che una sceneggiatura non si potesse fare mai da soli. E siccome mi piaceva scrivere per il cinema la cosa non si è mai realizzata.

Difendi dalle tenebre del giorno i tuoi occhi. Offrili alle scie della notte, i tuoi occhi. Scagliameli contro.”

La scrittura quindi come atto di creazione condiviso.

Sì, nel caso di una sceneggiatura questo è necessario perché l’altra persona ti fa da specchio e da muro.

E la poesia?

Ne scrivevo da bambino e poi alle superiori, da adolescente. Nient’altro. Poi, in occasione di un lutto partii per New York e scrissi una poesia su Manhattan. Era il 2012. La pubblicai sui social ed ebbi un riscontro da una persona che la apprezzò particolarmente chiedendomi se ne avessi scritte altre. La cosa mi stupì e mi fece pensare. Pubblicai ancora degli scritti in cui esprimevo ciò che sentivo in occasione di situazioni che mi ispiravano particolarmente. La mia vita con il mio compagno andava disgregandosi sempre di più e notavo che la poesia era un modo per guardarmi dentro e dare una forma al mio dolore, per rappresentarmelo e confrontarmici. E’qualcosa che crei e tu ce l’hai davanti in forma ordinata, di materia.

E’ la funzione terapeutica della poesia?

Direi necessaria più che terapeutica. Continuai a pubblicare sul mio profilo le cose che scrivevo. Nel frattempo la mia vita passava da periodi di profonda solitudine a periodi in cui invece dissipavo le mie energie e le mie risorse. Nelle fasi in cui riemergevo dalla profondità, la scrittura veniva immediata attraverso illuminazioni, intuizioni e pensieri che sentivo che volevano essere detti.

Quando e dove scrivi?

Su Facebook, appena apri il profilo, c’è una domanda: a che cosa stai pensando? Questo è stato uno stimolo per me insieme al fatto che ero consapevole che qualcuno avrebbe letto. Era come creare un ponte tra me e gli altri. Il fatto che qualcuno mi leggesse ha interrotto lo stato di isolamento in cui scrivevo. Esprimevo quello che mi faceva stare bene. Mi piace condividere ciò che sento ed è stato funzionale ed essenziale. Scrivo spesso in treno o in autobus e quando sono in movimento, in generale. Il movimento mi rende permeabile e mi faccio attraversare dalle cose. Forse nei momenti in cui sono rilassato, quando mi trovo in mezzo alla natura.

Che effetto ti fa il fatto che le persone si sentano toccate dalle tue poesie?

Se leggo delle cose mi capita di sentirmi toccato. Quando succede che qualcuno si senta toccato da ciò che scrivo io, resto piuttosto sorpreso. Quello che scrivo corrisponde a ciò che provo io. Qualcuno mi ha detto che la poesia scrive di cose universali ma non so se ciò che scrivo ha questa caratteristica. Seguo le frasi, le sonorità, le espressioni che mi arrivano. Quando vedo l’emozione negli altri penso che abbia funzionato e penso che sia sincera.

Che ruolo ha l’amore nella tua poesia?

Scarto, la prima raccolta, è tutta sull’amore negato, la separazione, il lutto, il dolore. Poetesso, la seconda raccolta, è sul potere rigenerante dell’amore, anche quello non fortunato. Parla di quanto questo sentimento sia un volano dell’esistenza. Se mi chiedi se l’amore è legato alla mia produzione, non so… E’ più…

Più il dolore? Il dolore d’amore?

Più una necessità e un’urgenza. Nella prima raccolta senz’altro sì. Possiamo parlare di dolore d’amore. Nella seconda no. Ci sono un gran numero di poesie che aspettano di essere raccolte in un nuovo libro e vedo che non c’è alcun sentimento che mi ha spinto a scrivere ma solo la voglia di dichiarare come sto oggi e qual è il mio assetto di questo momento.

Se il nostro amore ci vedesse ora si fermerebbe qui, dove il cammino si fa più aperto: silenzioso ci lascerebbe andare avanti: e noi a passo incerto procederemmo inconsapevoli e distanti

I libri di poesia non sono molto letti ed è difficile farsi pubblicare. Tu l’hai fatto da solo. Qual è stata la risposta?

L’idea di pubblicare è stata partorita insieme all’idea di fare qualcosa insieme a Massimo . Me lo chiese lui con la possibilità di leggerle in pubblico e di farlo diventare un veicolo di condivisione che riguardasse più persone. E’ stata un’esperienza molto bella quella dei reading e le collaborazioni teatrali e con musicisti è stato molto bello. E’ stato estremamente gratificante. Un amico insegnante di lettere in una scuola superiore mi fece incontrare gli studenti dopo aver fatto leggere le mie poesie ai ragazzi. Per me non è così importante veicolare ciò che scrivo, la cosa più importante è proprio l’energia che suscita e che molle scattano dopo la lettura: le domande che nascono, ad esempio.

Qual è la funzione della poesia?

Coltivare le scintille che tutti abbiamo dentro. E’ la funzione dell’arte in generale. In modo da tenere viva in noi la nostra parte creativa, emozionale ed unica. La poesia può tenere lontani dalla noia e da cose pericolose. Se si fa capire ai giovani che il proprio quotidiano appartiene a loro, questo diventa una leva potentissima rispetto a tutto ciò che ci può succedere. Tutto ciò che emana da noi e che ci costringe a una disciplina. E’un modo per evitare le derive.

Viviamo in una società veloce, superficiale, di fretta. Che posto può avere la poesia?

Sì, ma i giovani hanno anche molto bisogno di appassionarsi. Gli adulti spesso non propongono e non stimolano.

La parola. Le tue poesie sembrano costruite con un’attenzione profondissima, quasi maniacale alla parola. E’ qualcosa di spontaneo o lavori con tempo e fatica alla ricerca dei termini che usi?

Devo avere molto chiaro che cosa voglio esprimere. Poi elenco le parole che mi sembrano giuste e le verifico confrontandole con ciò che sento e che voglio dire. Non uso vocabolari o altri strumenti. E’ la parola giusta quando sento di non aver tradito ciò che volevo dire. In questo c’è una forte ricerca ma non cerco fuori, cerco dentro. Se quello che scrivo è un flusso continuo, omogeneo e che mi suona bene, va bene così. In caso contrario cerco ancora in me le parole giuste.

Fai leggere a qualcuno le tue poesie prima di pubblicarle?

Normalmente no ma nelle ultime poesie che ho scritto, ho tenuto conto dei suggerimenti di un caro amico che le aveva lette. Lui mi ha detto che è come se io avessi paura di non farmi capire e che nelle mie poesie c’è un’introduzione che potrei tagliare. Una parte che spiega la poesia vera e propria. C’è una cosa che voglio raccontare ma è come se dovessi risalire alla sua origine per poterla rendere bene. E’ come se sentissi la necessità di agganciarla alla realtà.

Quindi poesia nella realtà non può essercene?

Sì, c’è ma il momento di produzione poetica è un momento in cui ti stacchi e sei in un’altra dimensione. In quella dimensione ricevo un impulso che poi sento il bisogno di riagganciare al momento in cui ero ancora nella realtà.

Oppure questo modo potrebbe essere proprio la tua peculiarità

Sì. questa cosa mi fa pensare a dove sia esattamente il poeta. Mi sto convincendo sempre di più che ci sia un certo numero di persone che vivono, lavorano, producono. Poi c’è un altro numero di persone che invece si interroga e si misura ma ha abdicato a una dimensione creativa, di contributo all’universo. Ho la sensazione che ci sia una fetta di persone che hanno accettato di stare nel mezzo, accettano e accolgono tutto ciò che è introspezione continuando a stare nel mondo del reale. Penso che questa sia la vera sfida del poeta. Conosco persone con anime bellissime, dei poeti che però non vivono la dimensione del reale.

Qual è il senso delle cose e della nostra esistenza?

Vivere sentendo le cose con poesia. Fare ogni cosa con poesia: dal fare la spesa a fare il proprio lavoro, guardare la realtà e gli altri con rispetto, cura, amore e disincanto.

Quindi la poesia è un modo di vivere?

E’difficile ma è possibile. Se ti capita è difficile fare a meno di vivere così. Puoi scegliere di non farlo. Quello che compete ai poeti, se è vero che essi hanno ricevuto il dono di sentire in un certo modo, è stare nella realtà per essere stimolo e motore.

Ci sono poeti a cui ti ispiri? O che ti piacciono particolarmente?

Saba, Montale, Caproni.

Ci sono aspetti negativi nel sentire, nell’avere il dono di fare poesia?

Si è un po’svantaggiati dal sentire tutto in modo amplificato. Si viene definiti suscettibili o permalosi. In realtà è solo un modo di sentire. Nelle relazioni profonde e oneste, però, questo è positivo perché ti fa sentire l’altro profondamente e diventa un vantaggio. Di conseguenza si può arrivare a scegliere di stare da soli.

La solitudine…

Un uomo quando è davvero solo non sa di esserlo. Quando si definisce così sente la solitudine ma questa è comunque una compagna. E’ un’assenza di qualcuno, un’assenza che c’è o un dolore che c’è. Quando invece è davvero solo, non ha nemmeno più quello.

Vivo la solitudine, mi ci sto avvicinando sempre di più ma non la vivo in modo negativo. Siamo tutti soli e per molto tempo ci ha animato l’illusione di non esserlo. L’unico modo di non sentirsi soli è probabilmente sapere che lo saremo sempre. Da questa consapevolezza darsi la possibilità di incontrare l’altro. Rimanendo soli, però. Viceversa credo che ogni incontro sia destinato ad essere deludente.

Di Rosa prima H frocio, Di Rosa checchina:  sui muri della scuola sputarono, codardi, la sentenza e da allora a quello strano, dannare l’esistenza,  così io passavo rasomuro, trafelato, a testa china.”

Che relazione c’è tra poesia e fragilità? E tra poesia e forza?

Ci sono entrambe le cose. Vedo che nei momenti difficili è una fonte inesauribile di forza e di energia. Quella forza però va di pari passo con una profonda vulnerabilità. Per farci raggiungere dalle cose dobbiamo essere molto aperti e di conseguenza siamo anche molto scoperti.

Il poeta è una persona eccezionale?

L’ho pensato all’inizio. Di essere destinato a vivere solo situazioni particolarmente intense. Tutto questo per evitare la normalità. La vera sfida è trovare il senso nelle cose normali. La normalità come qualcosa di ricco di tutto ciò che desideriamo.

Che cos’è la bellezza secondo te?

Pochi giorni fa su Facebook ho ritrovato un pensiero che avevo scritto ad un mio amico: chiamiamo bellezza il processo col quale tentiamo di avvicinarci a qualcosa che ci esprima al meglio. Per me la bellezza è questo: avvicinarsi a qualcosa che mi corrisponda.

Anche la felicità è questo?

Non mi piace tanto questa parola…

La contentezza?

La pienezza. Mi è capitato di sentirmi pieno. Non fermo ma pieno. In momenti inaspettati mi sono sentito tutt’uno con l’universo, senza aspirare a niente. Forse questo sentimento lo si può descrivere come felicità ma non lo chiamerei così.

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