Da Napoli al Guatemala con Nutrizionisti senza Frontiere. La storia di Francesca

 

E’ così che ci hanno sempre detto: devi studiare, laurearti, sposarti, trovare un lavoro. E se non fai così sembra che la vita non abbia senso. E invece si può decidere di muoversi e di viaggiare andando a vedere nuovi posti e dare una mano”.

Quando piove scappo solo io per andarmi a riparare. Tutti gli altri qui accolgono la pioggia come un dono di Dio e nessuno si muove o si ripara ma si continua a fare esattamente ciò che si sta facendo”.

Intervista a Francesca Caruso, biologa nutrizionista in Guatemala per Nutrizionisti senza Frontiere, la prima associazione in Italia di professionisti della nutrizione che mettono a disposizione le proprie competenze a favore di progetti umanitari.

Quando sei partita? 

Sono partita il 19 aprile per il Costarica che è stata la prima tappa e dove ho fatto un corso di gestione dei gas effetto serra per professionisti italiani, organizzato dal Consolato onorario del Costarica a Bari, presso la EARTH University, un istituto all’avanguardia sulle tematiche ambientali, le energie rinnovabili, e la gestione dei gas effetto serra. In Guatemala sono arrivata a maggio scorso. 

Parti per il Costarica e poi ti sposti in Guatemala. Hai lasciato il tuo lavoro nella tua città. Che lavoro facevi? 

Sono una biologa nutrizionista ma part time lavoravo come impiegata. Avevo due lavori. Lavoravo anche come nutrizionista in uno studio privato. 

Perché a un certo punto decidi di mollare tutto? 

Perché avevo un forte desiderio di viaggiare, muovermi, conoscere. Ho iniziato a cercare qualcosa all’estero inerente alla mia professione in modo da coniugare le due cose. Inoltre, avevo il desiderio di aiutare gli altri. Lo spirito della volontaria l’ho sempre avuto, anche quando vivevo a Napoli, dove svolgo l’attività di volontariato presso il centro Sociale “l’ex opg occupato- Je so’ pazz, mi occupo dello sportello Nutrizionale. Inoltre, l’anno scorso prima di partire per una missione in Grecia presso il campo profughi siriano ad Idomeni, ho trovato su internet l’associazione Nutrizionisti senza Frontiere, un’associazione giovane messa su da due ragazze in gamba che da qualche anno hanno iniziato con diversi progetti in Italia ed all’estero in Africa e Guatemala. L’anno scorso cercavano una cooperante per il Guatemala e così le ho contattate.

E poi? 

C’erano da fare dei corsi prima di partire. Li ho fatti, ho conosciuto l’associazione più da vicino e mi sono convinta a partire. Ho deciso di prendermi una pausa, ho preso i soldi da parte che avevo e sono partita per il Guatemala.

Dove ti trovi esattamente? 

Sono ad Esquipulas una cittadina al confine con Honduras ed El Salvador, all’interno della Ciudad de la Felicidad, un villaggio che ospita un orfanotrofio. E’ un centro religioso in cui i bambini vivono e hanno la possibilità di un’istruzione e di prepararsi per il lavoro. Il centro è stato fondato da un italiano: Padre Laico Andrea Francia  ed è gestito dalla congregazione religiosa Marta Y Maria.

La Ciudad cerca di essere  autosufficiente, hanno una coltivazione di banane,  di caffè e producono latte di Soia.

All’interno della “Ciudad de la Felicidad” c’è la clinica San Lazaro de Betania all’interno della quale esiste il Centro di Recupero Nutrizionale aperto grazie alla collaborazione tra  il Ministero della Salute Guatemalteco, la Ciudad de la Felicidad, di cui sono ospite, e Nutrizionisti senza Frontiere.

Che cosa fa una biologa nutrizionista? E’ come un dietologo? 

Il medico specializzato in scienze dell’ alimentazione è il dietologo che può fare una  diagnosi, elaborare un  piano alimentare e prescrivere medicinali. Il biologo nutrizionista invece può elaborare in maniera autonoma un piano alimentare ma nel caso di pazienti con particolari patologie, solo dopo che il medico ha fatto una diagnosi. A quel punto il biologo elabora il piano alimentare. 

Com’è la situazione in Guatemala dal punto di vista della nutrizione? 

Esquipulas è una delle municipalità più povere del Guatemala, qui purtroppo c’è un serio problema di malnutrizione, ha il più alto tasso di malnutrizione infantile. Anche per chi ha accesso al cibo la situazione non è buona. In questi due mesi qui ho avuto modo di notare che c’è una cattiva educazione alimentare anche negli ambienti sociali più agiati. Sono in sovrappeso, la loro dieta è poco variegata, mangiano principalmente mais, riso e fagioli rossi, tutto è fritto dalla colazione alla cena. L’olio che usano non è di oliva, usano molto zucchero, non bevono normalmente acqua ma bibite zuccherate. Inoltre, non hanno l’accesso all’acqua potabile. Qui l’acqua viene portata da una società che la trasporta per il paese. Nei piccoli villaggi, quindi, è difficile. 

Nelle aldee più povere, si possono definire un popolo di raccoglitori. Mangiano solo ciò che nasce spontaneamente dalla terra. Ci sono le piantagioni di mais essenzialmente e di fagioli rossi. Hanno quindi carenze nutrizionali a tutti i livelli sociali. Si mangia pochissimo la verdura e la frutta con conseguenze sulla salute. Quando si va nei villaggi e si cerca di portare in clinica le mamme con i loro bambini malnutriti, non si riesce a convincere queste persone a farsi curare e a partecipare ai programmi per apprendere come nutrirsi. Mangiano carne (di solito pollo) se hanno i soldi, altrimenti ne mangiano poca. Sostanzialmente quello che manca sono le proteine, le vitamine e i sali minerali. La loro dieta è composta di carboidrati e poche proteine ma manca tutta una serie di micronutrienti. Ad esempio c’è una grave carenza di vitamina A.

Che cos’è il Progetto Tre S? 

Le “S” significano Semilla, Sostenibile e Salutable  (semi, sostenibili e salutari).  Il progetto viene portato avanti dal Ministero dell’Agricoltura, dalla Ciudad della Felicidad e da Nutrizionisti senza Frontiere. In un paesino pilota sono stati dati semi per coltivare ortaggi. Le persone qui hanno le terre ma non le coltivano. Si vive raccogliendo la frutta che nasce spontaneamente ma questo non succede in tutte le zone del paese.

Il progetto insegna a coltivare le loro terre. Ieri ero con una mamma con due gemelli di 6 mesi che pesavano due chili e mezzo ma non sono riuscita a convincerla di venire al centro. Il progetto prevede anche il recupero delle piante autoctone e, cioè, di quelle piante che possono vivere in questo ambiente, più facilmente resistere alla siccità e rappresentare una buona fonte di proteine e vitamine

Perché la terra non viene utilizzata?

E’ un popolo che viene da anni di fame e guerriglia. Tra le conseguenze della malnutrizione vi è la demenza,  minore sviluppo delle capacità psicomotorie fino ad arrivare alla morte. Da qualche anno la situazione politica è abbastanza stabile ma nel recente passato vi sono stati diversi colpi di stato e la guerra civile.  E’ un popolo che è stato per anni in una dittatura e ha sofferto la fame. Anche la conformazione del territorio non aiuta: vive lunghi periodi di siccità, non ha accesso all’acqua potabile… ma è come se fosse proprio per cultura portato a non prendere iniziative.  

Per quanto riguarda l’alimentazione dei neonati?

Cerchiamo di educare all’allattamento al seno ma non è sempre facile. Cerchiamo di distribuire integratori di vitamine ma soprattutto recuperare le situazioni che si presentano insegnando un’alimentazione diversa e a procurarsi il cibo coltivando la terra.

Fate corsi per insegnare le tecniche di coltivazione? 

Sì. Il programma prevede anche la distribuzione di galline per ricavarne le uova ma normalmente le uova vengono poi vendute per comprare ancora riso e fagioli rossi. Sono quasi le uniche due cose che vengono acquistate perché sono quelle più economiche. Al mercato c’è comunque poca varietà e anche la logistica per i collegamenti e il trasporto delle verdure è difficile.

Mancano le infrastrutture statali come le strade, le fogne e la distribuzione dell’acqua potabile e questo rende tutto più difficile. L’acqua è scarsa anche per le coltivazioni perché 6 mesi l’anno non piove. Insegniamo come raccogliere e riprodurre i semi, come cucinare le verdure raccolte.

Come vi accolgono le persone nei villaggi? 

Alcuni sono contenti ma delle 80 famiglie partecipanti al progetto solo in pochi sono attivi. I loro orti non sono curati come si dovrebbe e le potenzialità della terra non sono sviluppate. In alcuni casi è stato un successo e i più intraprendenti coltivano e poi vendono i loro  prodotti.  Ci vorranno molti anni per vedere i risultati. Per il 2018 il Guatemala è stato obbligato a dotarsi di un sistema fognario che non esiste e questo è il primo passo per arrivare a dotarsi anche di un impianto per la distribuzione casalinga dell’acqua potabile. 

L’unico modo per uscire da questa situazione è investire nell’educazione e sviluppare le infrastrutture. 

Qual è l’effetto della mancanza di acqua potabile sulla gente e in particolare sui bambini? 

Diarrea, parassiti, pance gonfie, mancanza di igiene. Oggi ad esempio ho fatto una lezione di norme igieniche alle suore che vivono qui. Le norme riguardano l’igiene della persona, la cucina, la conservazione degli alimenti, etc. Prima di bere, l’acqua che non è potabile va bollita. Il paradosso è che qui costa meno la coca cola che l’acqua. Quando si è senz’acqua non si può neanche mangiare. Come puoi insegnargli a lavarsi le mani?

Nei momenti in cui piove molto l’acqua viene immagazzinata per poi venire utilizzata? 

No, nelle aldee più povere non c’è niente del genere. Immagino che nei sei mesi di siccità sarebbe difficile conservare l’acqua perché evaporerebbe.

Qual è l’effetto della malnutrizione sulle persone che hai visto? 

Casi di obesità, diabete, nelle persone di ceto sociale medio alto. Minore sviluppo delle capacità intellettive fino ad arrivare alla morte per i bambini delle aldee più povere. Le aldee sono piccoli villaggi di montagna.

Quali sono i dati sulla mortalità infantile?

Tra i paesi del Centro America è tra le più elevate. Le mamme iniziano lo svezzamento molto tardi e spesso i bambini prendono solo latte anche fino a un anno e mezzo. Questo non succede in tutto il Guatemala, stiamo parlando delle aldee, cioè dei villaggi di montagna che sono lontani. Tuttavia la malnutrizione esiste in tutto il paese anche se di tipo diverso per mancanza di macronutrienti. In ogni caso la maggioranza della popolazione è poverissima.

Hai mai pensato che rappresentate per loro un’intromissione nella loro cultura?

Sì, ci ho pensato e la cosa potrebbe anche essere vista così ma non è certo un’invasione per uccidere o per sottomettere. Però, sicuramente è vero che entriamo nella loro cultura. Noi non veniamo qui di nostra iniziativa ma è proprio lo stato del Guatemala che ce lo chiede e il centro in cui sono io con le sue attività è stato aperto in collaborazione col Ministero della Salute. Collaboriamo con  i nutrizionisti locali. 

Hai mai pensato che questi progetti siano a rischio di creare un assistenzialismo che non aiuta le popolazioni? 

Sì, cerchiamo di non essere solo assistenzialismo. Ho fatto esperienza di questo tipo con altre associazioni che ho lasciato proprio perché non mi sentivo a mio agio. In questo caso cerchiamo di lavorare proprio nella direzione di evitare questo rischio. Infatti il progetto “Tre S” va in questa direzione.

Quali sono le differenze che hai riscontrato dal punto di vista nutrizionale tra il Guatemala e il Costarica? 

Il Costarica è un paese che ha deciso di non avere più un esercito. I soldi destinati a quel settore sono stati investiti nell’educazione e nella scuola. Anche nelle aldee più povere del Costarica non c’è più praticamente analfabetismo. E’ più sviluppato e colto. Hanno un’enorme attenzione per l’ambiente. L’energia è verde, i rifiuti vengono riciclati, c’è acqua potabile, c’è un’attenzione totale alla natura e al suo rispetto. In Guatemala non c’è ancora questa attenzione.

Quando torni in Italia?

Sto per rientrare. La mia esperienza è quasi finita. Quando questa intervista sarà pubblicata io sarò in volo verso l’Italia, il 10 di luglio. Stiamo cercando di organizzare uno scambio di studenti, tra l’università del Guatemala e l’università di Camerino e se ci riusciamo significherebbe una buona collaborazione tra le due università.

Come ti ha cambiato questa esperienza? 

E’ stato un grande arricchimento personale, sicuramente. Ma anche qui andare nelle aldee e vedere le persone con cui intraprendere i programmi sta diventando un’abitudine e l’abitudine è sempre pericolosa perché non ti fa vedere le cose chiaramente. E’ stato importante per me prendermi una pausa da un lavoro che non mi piace. E’ così che ci hanno sempre detto: devi studiare, laurearti, sposarti, trovare un lavoro e se non fai così sembra la vita non abbia senso. E invece si può decidere di muoversi e di viaggiare andando a vedere nuovi posti e dare una mano. Mi ha aiutato a vedere la vita in modo diverso e magari anche ad apprezzae ciò che ho. Noi siamo abituati a lavorare, produrre e guadagnare  per comprare cose di cui in realtà, non abbiamo bisogno. 

Cosa farai? 

Voglio investire tutte le mie energie in un progetto di nutrizione in senso lato.

Esiste la malnutrizione in Italia? 

Noi abbiamo la dieta mediterranea e anche se mangi male abbiamo una varietà di cibo e prodotti che ci agevola ma anche in Italia c’è molto da fare. Vorrei utilizzare queste esperienze unendo l’ecologia alla nutrizione.  E l’Italia da questo punto di vista siamo ancora indietro. Mi piacerebbe lavorare in questo settore. 

Che cosa hai lasciato in Guatemala e che cosa porterai via? 

Da quando sono partita col mio zaino pieno, mi sono progressivamente alleggerita lasciando man mano tutte le cose di cui non avevo bisogno. Me ne sono disfatta e vivo benissimo con poco. Ho viaggiato così e penso di avere tutto l’essenziale.

E’ diverso lasciare tutto a 40 anni rispetto ad averlo deciso magari a 20 o 30? 

Non so se ho avuto coraggio. Ho utilizzato semplicemente un’occasione, quella di essere single e non avere figli. Una situazione che molti considerano da perdenti perché non essere in una relazione sentimentale è spesso visto così. Inoltre ho lasciato la parte del mio lavoro che è quella della sussistenza. In realtà il mio lavoro di biologa nutrizionista mi piace moltissimo ed è in quella direzione che voglio andare al mio ritorno.

Non conosco il Guatemala ma nella mia immaginazione c’era un paese tropicale pieno di frutta e verdura esotica. Tu come te lo immaginavi il Guatemala prima di partire? 

E’ stata la stessa cosa per me. Immaginavo di arrivare in un paese e di trovare una dieta ricca di frutta e verdure visto il clima e la qualità della loro frutta. Ma in realtà non è così, come ho detto mangiano molto mais e fagioli rossi “tortilla y frijole” ma devi pensare che per il loro lavoro nelle piantagioni avevano/hanno bisogno di fare colazioni abbondanti e caloriche, a base di mais e fagioli, per affrontare il grande lavoro sotto il sole per lunghe ore. Nella loro cultura c’era un altro tenore di vita che ora è cambiato per alcuni ma senza cambiare le abitudini alimentari. Considera, inoltre, il cibo spazzatura proveniente dagli Stati Uniti, cibi precotti, salse, bevande zuccherate e altro, tutto ciò causa gravi problemi di obesità nel ceto medio alto.

Una cosa che ti ha impressionato positivamente della gente gualtemalteca? 

La loro relazione con la pioggia. Quando piove scappo solo io per andarmi a riparare. Tutti gli altri qui accolgono la pioggia come un dono di Dio e nessuno si muove o si ripara ma si continua a fare esattamente ciò che si sta facendo

Che cosa significa sentirsi felici per te? 

La cosa bella della felicità è che tu pensi una cosa e poi la fai. Sto facendo tutto quello che ho immaginato e pensato. 

 

 

 

 

 

 

 

 

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