Cambio vita e seguo il vento

Le emozioni, la vita, le passioni, nel racconto di Giuliana Rogano. Napoletana, architetto, navigatrice, tra i comandanti di Mediterranea, e fondatrice del Progetto Mediterranea con Simone Perotti e Francesca Piro.

“Ci hanno insegnato che dobbiamo vivere in un certo modo: andare a lavorare tutto il giorno, usare i soldi per comprare cose di cui non abbiamo bisogno, spesso indebitandoci. Siamo abituati a vivere sotto stress, non siamo abituati alla lentezza, alla curiosità e alla conoscenza delle cose.

Inventati qualcosa” mi dicevano. Non c’è nulla da inventarsi, fuori c’è già tutto. Bisogna uscire e prendere…”.

Tre anni a vela attraverso il Mediterraneo, il Mar Rosso, il Mar Nero per connettere persone, luoghi, sogni, pensieri…Questo il progetto di un gruppo di sognatori, non ancora concluso. Dov’è al momento Mediterranea?

Dopo essere stata, ad aprile e maggio, in Libano e Israele (io sono sbarcata a Tel Aviv prima della sua ripartenza) ora Mediterranea sta navigando verso Santorini per poi dirigersi nel Peloponeso e arrivare ai primi di luglio sulla costa sud-est della Sicilia, e poi Malta, le Pelagie e le Egadi fino a settembre. Io invece sono a Preveza, in Grecia. Quest’anno ho trovato un imbarco di 4 mesi su una barca a vela di un privato e starò un po’ meno su Mediterranea.

Mediterranea è un nome femminile. Quali sono state le donne, tra quelle che hai incontrato, che più ti hanno colpito? Non mi riferisco solo ai personaggi di cultura che avete intervistato ma a tutte le donne tra quelle che hai visto, intravisto, sentito, guardato, ascoltato o visto vivere.

Mediterranea è femmina! Un splendida femmina. E come tutte le femmine va assecondata. Non le puoi far fare quello che non vuole fare.Mi piacciono le donne intraprendenti e indipendenti. Anche alla ricerca dell’amore ma che non si accontentano. Quelle che hanno vissuto e che lottano per le proprie idee. Non è facile essere donne, quel tipo di donne, forti ma allo stesso tempo sensibili e delicate.

Vado alla ricerca di queste donne. In generale nella vita e anche quando sono in mare. Nel mio viaggio con Mediterranea ne ho incontrate tante e le prime sono le ragazze che vengono a bordo, molte delle quali sono diventate mie amiche. Solari, piene di energia. Nel gruppo dei Mediterranei siamo più o meno metà uomini e metà donne ma le donne si muovono di più, tutte single, vengono più spesso a bordo, partono, ritornano, non mollano mai. E lavorano, molte hanno figli, ma poi dipingono, scrivono, fanno volontariato (chi con i bambini, chi con le donne che hanno subito violenza), si occupano di arte e cultura. Quindi il primo bel gruppo di donne che ho incontrato sono loro.

Ci sono poi alcune donne che mi hanno affascinato tra quelle che abbiamo intervistato: Ersi Sotiropoulos e Joumana Haddad, due poetesse, la prima greca, la seconda libanese, Buket Uzuner scrittrice turca, Emanuela Diviri giornalista e attivista umanitaria che vive a Tel Aviv.

Poi mi hanno molto colpito le donne di Cakilköy, un villaggio sulla costa asiatica della Turchia, nel Mar di Marmara. Donne che andavano in giro a raccogliere la legna col trattore in montagna, e la verdura con i muli e poi la portavano in paese. Mentre ero in giro da sola mi hanno chiamato e mi hanno fatto vedere come lavoravano. Mi hanno spiegato che in quel villaggio sono le donne a lavorare, gli uomini giovani a scuola, gli uomini adulti e anziani al bar. Poi mi sono fermata a Samsun, città della Turchia settentrionale affaciata sul Mar Nero e ho incontrato una donna che mi ha parlato della condizione delle donne musulmane che non portano il velo e che hanno scelto liberamente di farlo, pur essendo mussulmane. Le sue figlie erano vestite all’occidentale, con i capelli colorati e tagli alla moda, e la cosa non può non colpirti in un paese dove la maggioranza delle donne porta lo hijab. Ho riflettutto poi che mi trovavo nella città luogo di partenza della Guerra d’Indipenza turca iniziata da Atatürk. In una scuola, grazie a lei, ho parlato e risposto a tante domande sulla vita delle donne in occidente. Ho conosciuto, poi, due donne italiane a bordo, una coppia insieme da trent’anni. Mi hanno raccontato la loro storia. Tante difficoltà superate insieme. Si sono unite civilmente lo scorso aprile. I mediterranei ed io eravamo con loro ed è stata una giornata bellissima. La celebrazione della gioia, i sorrisi, l’emozione per “avercela fatta”. Mi ha colpito la felicità, vera, sentita, che trasmettevano a tutti i presenti.

Qual è la relazione tra amore e libertà?

L’amore è libertà. Se non è così c’è qualcosa che non va. Bisogna avere vicino una persona con cui condividere le cose in modo libero di andare e tornare o non andare. E’ sbagliato cercare l’amore a tutti i costi pur di avere qualcuno al proprio fianco perché così si diventa prigionieri del rapporto e della persona e per paura di perderla fai cose che altrimenti non faresti. Immolarsi per una persona in generale in un rapporto sano non c’è. Anche stando lontani si può stare vicini, così come spesso coppie che vivono insieme sono molto distanti tra loro.

A cosa si deve rinunciare per seguire una passione?

Delle rinunce ci sono. In generale qualunque scelta si faccia, ci sono rinunce da fare. Ho scelto una vita che può sembrare libera ma non sempre lo è. Rinuncio agli affetti perché sono spesso in giro. Non vedo le mie nipotine quanto vorrei. Faccio una vita da nomade e 6 mesi l’anno sono fuori. Ho amici a Napoli con i quali ci sentiamo e teniamo in contatto ma per buona parte dell’anno non li vedo. Tutti i rapporti che ho costruito nella mia città li lascio e poi li riprendo quando torno. Riguardo alla libertà ci sono momenti in cui devo lavorare con qualcuno che mi dà degli ordini. E’ tuttavia una scelta libera anche quella e si possono imparare molte cose. Anche quando sono su Mediterranea spesso è faticoso. C’è la responsabilità della barca e delle persone che sono a bordo e del progetto in generale.

Il Mediterraneo è anche la via di fuga dei migranti. Li hai incontrati? Che impressioni hai avuto?

Ne ho incontrati centinaia, navigando nell’autunno 2015 nell’Egeo, la maggioranza proveniente dalla Siria. Una volta alcuni ragazzi su un piccolo gommone, partiti come tutti dalla Turchia per arrivare in Grecia, a pochi metri dalla costa si sono tuffati in acqua vicino a noi per arrivare a nuoto a riva e poi le braccia in alto ad esclamare la felicità per avercela fatta. Abbiamo visto tante volte la guardia costiera greca portare a terra con i propri motoscafi i migranti che avevano recuperato in mare. Ho sempre assistito a scene in cui le persone ce l’avevano fatta tranne una volta a Kalymnos in cui ho visto i cadaveri portati a terra.

Fa paura quello che non si conosce. Rifugiati, migranti … sono come noi, persone come noi, e quando li vedi da vicino questa cosa è ancora più evidente. Fuggono da un paese in guerra, come faremmo noi nella loro situazione e cercano rifugio e ospitalità in un paese in cui in realtà non vorrebbero andare ma ci sono costretti dalle bombe.

In quel periodo nelle isole greche del dodecanneso c’erano le tendopoli e i centri di accoglienza di UNHCR. E’ capitato spesso che, passeggiando tra le strade di queste isole, li incontrassimo. Incrociando gli sguardi sorridevano e dicevano “welcome”, loro a noi. Io rispondevo “you are welcome!”.

Mi sono chiesta spesso cosa potessi fare. Sono stati loro a darmi la risposta, è stato il loro bisogno di contatto, la voglia di raccontare la loro esperienza, di parlare del loro paese, il desiderio che i propri bambini potessero sorridere un po’. E quindi sono andata in giro a dargli il benvenuto e a farmi raccontare la loro storia e a giocare con i loro bimbi.

C’è un episodio o una persona in particolare che ti ha colpito?

Ricordo una giovane donna siriana incontrata nella tendopoli di Kos. Ho incrociato lo sguardo di un bimbo di circa 3 anni, e ho iniziato a giocare con lui. Lei dopo un pò si è avvicinata ringraziandomi perchè stavo facendo sorridere suo figlio. Poi mi ha invitato a vedere la tenda dove lei e la sua famiglia erano accampati e mi ha raccontato che erano stati costretti a buttare le loro valigie in mare per non far capovolgere il gommone durante la traversata. “Hai una borsa in più?” mi chiede, “dobbiamo ricomprare tutto”. Io ritorno a bordo, prendo il mio borsone e glielo porto. Sembrava le avessi regalato un gioiello. Nel mio borsone c’era un tagliandino con su scritto il mio nome e il mio indirizzo di residenza. A volte immagino che mi arrivi una sua lettera per dirmi che sta bene ora in Svezia (era lì che voleva andare). Bisogna essere veramente disperati, o destinati a morte certa, per portare un bimbo in gommone, in mare aperto, nel pieno della notte.

Avvicinarsi e accoglierli era per loro una cosa di grandissimo valore. Mi sono illusa di potergli dare per un po’ la speranza che, anche andando oltre, potessero trovare persone ugualmente sensibili e ben disposte all’accoglienza.

In cosa sei cambiata durante questi anni su Mediterranea?

Parlo molto di più rispetto a prima. Ero una persona silenziosa e spesso schiva. Ora ho moltissime cose da raccontare e parlerei ininterrottamente delle esperienze che sto vivendo e di me. Il Mediterraneo in un certo senso ha suscitato in me la voglia del racconto e del raccontarsi.

Rispetto al messaggio che avevate in mente di comunicare facendo questo viaggio, come ti senti?

Il nostro obiettivo è unire, con una linea ideale che è la nostra rotta, i paesi del Mediterraneo e raccontare le storie del Mediterraneo. Un messaggio di pace in un certo senso. La rotta da Beirut a Haifa, per esempio, l’ho soprannominata “la rotta della pace”, proprio perchè ha unito due paesi in guerra.. Ora, non abbiamo la pretesa di risolvere i problemi del mondo ma in me oggi un po’ di disillusione c’è proprio rispetto al tema della pace. Non solo tra paesi ma anche tra le persone.

Se non riescono a fare pace due persone, cosa che spesso accade, come è possibile che lo facciano due popoli, due paesi.

E’ capitato a Cipro che ci dicessero che la divisione tra nord e sud è ormai solo e soltanto una questione che riguarda le sfere alte del potere. Le persone comuni, quelle soprattutto della nuova generazione che non hanno vissuto il periodo dell’invasione, non hanno più interesse ad essere divise.

E quindi il processo di pace dovrebbe partire proprio dal basso, dalle persone comuni. E’ compito nostro ma non so se siamo in grado.

In che modo prendete le decisioni nel gruppo di Mediterranea?

Cerchiamo di autoregolarci. Non abbiamo un metodo preciso però abbiamo imparato a tacere a turno.

Anche tra di noi ci sono, come è naturale, discussioni e confronti. E’ necessario un grande impegno. Siamo 49 persone e dobbiamo affrontare molte difficoltà sia burocratiche, quando andiamo in paesi più “difficili” che tra di noi. Ma il desiderio di realizzare il progetto è più forte.

Come sei arrivata alla passione per la vela? Cosa facevi prima?

Prima facevo l’architetto. Sono sempre voluta diventare un architetto, fin da quando ero alla scuola media. Mi sono laureata e ho iniziato subito a lavorare, prima in un paio di studi poi in un’impresa di costruzioni. Ci sono rimasta per 15 anni e mi piaceva seguire i progetti: li vedevo nascere e crescere, dagli scavi per le fondazioni alle finiture. Guadagnavo bene e nel tempo libero facevo viaggi. Sono stata poi spinta a lasciare il lavoro perché nel momento di crisi si lavorava meno e i pagamenti non erano più puntuali. Il lavoro veniva fatto male e non mi piaceva più. Sono stata spinta dalle circostanze e una sera ho salutato tutti e non sono più tornata. Ho lasciato la mia casa, la mia macchina e quello che avevo per dedicarmi alla mia passione.

Come hai imparato ad andare a vela e quando hai scoperto che era la tua passione?

Ero una appasionata di montagna, di sci e alpinismo. Poi un giorno, circa 16 anni fa, una mia amica mi portò in barca a vela e me ne innamorai. Così ho fatto dei corsi e ho preso la patente nautica. Ho iniziato a fare regate e a navigare. Poi sono stata su Adriatica, la barca di Velisti per caso, e successivamente ho incontrato Simone Perotti che un giorno mi ha parlato di voler realizzare il giro del Mediterraneo in barca a vela.

Quando ho lasciato il lavoro ho subito una sorta di perdita di identità, mi sono sentita un po’ spaesata ma poi ho pensato alle mie passioni, la vela, la navigazione, e a come fare per trasformare queste passioni anche in una opportunità di guadagno.

Come hai trovato il coraggio di lasciare un lavoro? Come hai affrontato la cosa che più spaventa, la paura?

Non credo di aver avuto coraggio ma solo un pò di sana incoscienza. Mi è capitato di avere paura, sì. Se mi si domandava fino a qualche anno fa come mi vedevo a distanza di 20 anni, per esempio, rispondevo sempre che sarei stata ancora in cantiere. Adesso non so più rispondere e questa cosa mi spaventa un po’. Vivo alla giornata, non riesco a fare programmi a lungo termine e non so se potrà essere così per sempre.

Che cosa significa vivere in continuo contatto con la natura?

Fa bene al cuore, alla salute, a tutto. Tutti dovremmo vivere più a contatto con la natura. E con la bellezza.

Riesci a vivere della tua passione?

Ci sto riuscendo. Su Mediterranea non c’è nessuno che ci dà uno stipendio così faccio tutto quello che può farmi avere entrate: fare lo skipper per le società di charter, il marinaio e/o l’hostess su barche di privati. Nei periodi trascorsi a casa poi ho fatto anche la baby sitter e la segretaria per un po’. Si fa con fatica imparando a ridurre tutte le spese inutili. La vita condotta in un certo modo costa pochissimo.

Quando si segue la propria passione si sperimenta d’improvviso un vuoto rispetto al pieno, il sicuro, il certo che conoscevamo. In realtà quel vuoto è un pieno, di libertà. Sappiamo però che la libertà non è totalmente innocua e bisogna imparare a gestirla. Tu come hai fatto?

La libertà è uno stato mentale. Ci si può sentire liberi anche in una prigione così come ci sono persone apparentemente libere che sono invece schiavi, schiavi delle loro donne o loro uomini, schiavi del loro personaggio, schiavi delle loro stesse idee, schiavi del giudizio degli altri, schiavi dell’apparenza, schiavi dell’odio o della paura o dell’amore.

La vera questione di quando non si lavora più (nel senso tradizionale del termine), di quando si molla tutto per seguire le proprie passioni, è il tempo, la gestione del proprio tempo perché si ha, tutto ad un tratto la libertà di decidere cosa farne del tempo. Il tempo diventa tutto tuo, niente scandisce più la tua giornata ma sei tu che crei la tua giornata e decidi cosa farne, da quando ti svegli la mattina (quando ti svegli?) a quando vai a dormire (quando vai a dormire?).

Oggi leggo tutto il giorno, oppure faccio nulla (è bellissimo fare nulla per un giorno, per scelta, in un giorno qualsiasi della settimana) oppure vado a visitare la mia città (io faccio spesso delle lunghe passeggiate per la mia città, vado a visitare chiese, palazzi musei o cammino semplicemente tra i vicoli o sul lungo mare. Certo ho la fortuna di vivere in bella città ma sarebbe lo stesso se abitassi in montagna o in paesino in riva al mare. Vivere in un bel posto aiuta e anche vivere a contatto con la natura), oppure prendo una barca e organizzo un corso di vela o una crociera di un week end o di una settimana perché ho bisogno di soldi o meglio ancora mi trovo un imbarco e per qualche mese faccio quello che ora è il mio lavoro perché poi i soldi servono, meno di quello a cui siamo abituati ma servono; oppure vado a fotografare, mi diverte fotografare, e un giorno vorrei organizzare una mostra tutta mia con le foto del Mediterraneo per esempio, anche se non sono una professionista.

E poi si ha il tempo per sentire ed assecondare il proprio corpo che spesso ci manda dei messaggi ma noi, occupati a fare altro, non li ascoltiamo come dovremmo. E questo aiuta anche a stare meglio.

E si ha il tempo di restare soli, cosa che fa paura a molti ma quando la sperimenti scopri che, oltre ad essere una sensazione piacevole, se sei una persona generosa buona e sincera, un sacco di persone vengono da te e se hai bisogno sono pronte a starti vicino.

Gestire il proprio tempo quando sei contro corrente non è facile, anzi direi che è la cosa più difficile. Non si può lasciarlo scorrere così. E per questo ci vuole impegno e organizzazione mentale.

Una volta che sei dentro a tutto ciò, che sperimenti cosa significa e come si sta, diventa difficile tornare indietro. Perché poi l’uomo è nato per vivere così.

Un consiglio a chi ti legge per far diventare la propria passione un lavoro o la nostra principale attività.

Ci vuole un po’ di umiltà, di coraggio e di incoscienza, ma dopo si sta meglio. Ci hanno insegnato che dobbiamo vivere in un certo modo: andare a lavorare tutto il giorno, usare i soldi per comprare cose di cui non abbiamo bisogno, spesso indebitandoci. Siamo abituati a vivere sotto stress, non siamo abituati alla lentezza, alla curiosità e alla conoscenza delle cose.

Inventati qualcosa” mi dicevano. Non c’è nulla da inventarsi, fuori c’è già tutto. Bisogna uscire e prendere. La creatività in questo senso non esiste. Un famoso fotografo italiano dice: per fare una buona fotografia non dobbiamo essere creativi, dobbiamo guardarci attorno. Ecco, più o meno è così.

Si pensa di stare tranquilli nel proprio ambito e invece fuori c’è un mondo meraviglioso.

L’essere umano ha molte potenzialità che spesso non può esprimere per mancanza di tempo, potenzialità che vengono fuori nei momenti di difficoltà. Le risorse personali ci sono e si trovano anche se non è sempre facile. Personalmente ho imparato anche a chiedere aiuto, soprattutto all’inizio. Ci sono persone disposte ad aiutarti.

E’ chiaro che bisogna avere delle passioni, degli interessi. Forse, poi, alla fine bisogna avere più coraggio a restare come si sta che a cambiare. Il mondo è pieno di opportunità. Dobbiamo crederci.

Tu dici che stai bene e stai male perché vivi le emozioni. Vale sempre la pena secondo te?

Assolutamente sì. Vale la pena sempre. Non fai parte di quelli che si lasciano vivere, che esistono e basta, ma vivi, senti un formicolio dentro come quando fai il bagno d’inverno nell’acqua freddissima, poi nuoti, un po’ ti abitui alla temperatura, e poi ti anestetizzi, poi esci dall’acqua e dopo qualche secondo senti un formicolio sulla pelle che a volte addirittura inizia ad arrossarsi, riprende colore e vita.

Una risposta a “Cambio vita e seguo il vento”

  1. Ciao Giuliana onorato di averti conosciuto prima del tuo cambio di vita spero di poterti rincontrare per conoscere la nuova Giuliana. Alessandro

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